mercoledì 21 giugno 2017

“La figlia del capitano” di Aleksandr Puškin (1799 – 1837)

LA FIGLIA DEL CAPITANO
di Aleksandr Puškin
CRESCERE EDIZIONI

Pëtr Grinëv, unico figlio maschio di un nobile ufficiale a riposo, fin dalla nascita è destinato a intraprendere la carriera militare.

Il padre però, ritenendo che il servizio nella Guardia imperiale alla quale il ragazzo è destinato non sia abbastanza formativo, decide di inviarlo a prestare servizio a Orenburg.

Durante il viaggio il sedicenne Pëtr Grinëv e il suo servitore Savél’ič, sorpresi da una tormenta, vengono soccorsi da un contadino che li accompagna a una locanda dove possono riposare e rifocillarsi prima di riprendere il loro cammino.

Giunti a Orenburg, vengono inviati alla fortezza di Bielogòrsk e qui Pëtr Grinëv conosce Mar’ja, la figlia del capitano, della quale si innamora ricambiato, ma il padre di lui è contrario al matrimonio.
Durante la permanenza a Bielogòrsk, Pëtr viene sfidato a duello dal giovane ufficiale švabrin, un pretendente precedentemente respinto da Mar’ja, e viene da questi ferito.

La fortezza è assalita dai cosacchi ribelli capitanati dal sanguinario Pugačëv che porta avanti il suo piano per farsi riconoscere dal popolo come nuovo zar.
I genitori di Mar’ja vengono giustiziati dal rivoltoso Pugačëv che altri non è che l’uomo che aveva soccorso Pëtr e Savél’ič sorpresi dalla tormenta.
Il ribelle per ringraziare della pelliccia di lepre ricevuta in segno di riconoscenza da Pëtr dopo che questi li aveva salvati conducendoli alla locanda, decide di ringraziare del gentile dono il giovane permettendogli di partire per Orenburg.

A Orenburg il consiglio preferisce attuare una tattica di difesa della fortezza piuttosto che affrontare il nemico in campo aperto.
Così quando Pëtr riceve una lettera da Mar’ja nella quale questa dichiara di essere in pericolo in quanto Švabrin, ora a capo della fortezza di Beilogòrsk, vuole costringerla a sposarlo, decide, ottenuto il consenso del suo superiore, di partire nel tentativo di salvarla.

Sulla strada incontra nuovamente Pugačëv che ancora una volta viene in suo soccorso, costringe Švabrin a liberare la giovane e a consegnarla a Pëtr insieme ad un salvacondotto che gli permetta di attraversare indisturbati i territori controllati dai ribelli.

Pugačëv alla fine verrò giustiziato e Pëtr Grinëv, accusato da Švabrin di essere stato uno degli insorti, sarà condannato a morte, pena che verrà poi commutata con l’esilio permanente in Siberia.
Mar’ja che ha compreso che Pëtr si è lasciato condannare ingiustamente, rinunciando a difendersi per non costringere lei a comparire in giudizio e rivivere così quei giorni terribili, chiede ed ottiene la grazia per l’amato dalla zarina Caterina II.

“La figlia del capitano”, pubblicato nel 1836, è un classico della letteratura russa dell’Ottocento.

L’opera rientra a tutti gli effetti nel filone dei romanzi di formazione.
Il giovane inesperto e viziato Pëtr, servendo nell’esercito, raggiunge la piena maturità e trova la sua strada distinguendosi per onore e valore, sempre pronto a difendere i propri ideali e la donna da lui amata.

Vizi e virtù umane sono perfettamente espresse attraverso i personaggi del romanzo, ma non tutti possono essere classificati come buoni o cattivi.
Švabrin è rancoroso, ostile e vendicativo, ma Pugačëv, il ribelle sanguinario e temuto da tutti, mostra aspetti diversi.
È l’uomo che ha permesso che persone innocenti venissero barbaramente giustiziate ma è anche colui che ha mostrato riconoscenza e gentilezza nei riguardi del giovane Pëtr Grinëv, tanto che questi separandosi da lui dirà:

Non posso spiegare quello che sentivo separandomi da quell’uomo terribile, mostro, scellerato per tutti, fuorché per me solo.

“La figlia del capitano” è un piacevole romanzo dalla lettura scorrevole e veloce, dalla trama dinamica e ricca di colpi di scena.

Una storia d’atmosfera, una favola dove, proprio come nelle fiabe, dopo che tutti i colpevoli sono stati puniti, all’eroe e alla sua amata viene riservato il classico finale da “e vissero tutti felici e contenti”.





domenica 18 giugno 2017

“In carne e cuore” di Rosa Montero

IN CARNE E CUORE
di Rosa Montero
SALANI
Soledad è appena stata lasciata dall’amante che aspetta un figlio dalla giovane moglie. Prossima a compiere sessant’anni Soledad non si riesce a rassegnarsi al passare del tempo.
Frustrata e avvilita desidera solo vendicarsi dell’amante quarantenne e decide, per farlo ingelosire, di ingaggiare un gigolò poco più che trentenne per farsi accompagnare a teatro dove quasi certamente incontrerà l’ex amante insieme alla consorte.
Quello che però doveva essere un semplice ed innocuo colpo di testa passeggero, per una serie di strane e straordinarie coincidenze, si trasformerà invece in una storia molto complicata e a tratti anche piuttosto pericolosa.

La protagonista del romanzo è una curatrice di mostre impegnata ad allestire un progetto espositivo sugli scrittori maledetti per la Biblioteca National di Madrid.
Le sue vicende si intrecciano con quelle degli artisti che lei intende presentare al pubblico.
Soledad si sente molto vicina a questi autori e alla definizione che lei stessa dà di cosa sia uno “scrittore maledetto”:

Essere maledetto è voler essere come gli altri senza riuscirci. È voler essere amato e invece suscitare soltanto diffidenza o qualche risata. Essere maledetto è non sopportare la vita e soprattutto non sopportare se stessi.

Soledad non accetta di invecchiare, ha paura della solitudine ma soprattutto ha paura che il tempo che le rimane non sia abbastanza per poter continuare a vivere come ha sempre fatto.
Soledad guarda le donne più giovani e le invidia. Invidia i loro fisici asciutti e perfetti, ma più di ogni altra cosa invidia loro la possibilità di cambiare prospettive di vita, di fare scelte diverse senza pentirsene, di avere la possibilità di tornare indietro sui propri passi e cambiare strada.
Alla sua età invece ogni scelta diviene una scelta definitiva e immutabile, il cambiamento e i ripensamenti le sono preclusi, non potrà più essere qualcuno di diverso, non potrà far altro della sua vita.

Essere vecchi significava avere irrimediabilmente un passato e non più il tempo per correggerlo.

Con l’avanzare degli anni inoltre diventa sempre più difficile accettare l’abbandono, il fallimento, il disamore e ci si trova a porsi domande a cui diventa impossibile e doloroso cercare di dare una risposta

Che cos’era peggio, non essere mai stata amata, o che qualcuno avesse smesso di amarla?

Non è facile essere in grado di suscitare l’interesse del lettore fin dalle prime righe di un romanzo.
Solo alcuni grandi autori classici ci sono riusciti, mi vengono in mente gli incipit di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen e di Anna Karenina di Lev Tolstoj, giusto per citarne alcuni.
L’incipit di In carne e cuore è davvero energico, di impatto e riesce a racchiude in poche righe il senso di tutto il romanzo:

La vita è un breve intervallo di luce tra due nostalgie: la nostalgia di ciò che non si è ancora vissuto e quella di ciò che non si potrà più vivere. E il momento in cui bisogna agire è così confuso, così sfuggente ed effimero, che lo si spreca guardandosi intorno storditi.

In carne e cuore è un romanzo attuale e intelligente dalla trama leggera e divertente.

Un libro che si legge tutto d’un fiato perché è una storia coinvolgente che affronta con ironia temi che toccano tutte le donne molto da vicino.

Un romanzo utile a far capire a noi donne che quello che proviamo alla fine è comune a tutte noi e che, se riuscissimo a crederci veramente, forse riusciremmo ad essere anche un po’ più indulgenti con noi stesse e con le altre, ritrovando anche un po’ di quella complicità femminile che sembra ormai solo uno sbiadito ricordo.




domenica 11 giugno 2017

“La sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj (1828 – 1910)

LA SONATA A KREUTER
di Lev Tolstoj
PASSIGLI EDITORE
Il romanzo, pubblicato nel 1889 e opera della piena maturità di Lev Tolstoj, deriva il suo titolo dall’omonima sonata per violino e pianoforte di Beethoven.

Durante un viaggio in treno si accende una discussione tra alcuni viaggiatori. L’argomento della controversia è il matrimonio: mentre una moderna e liberale signora sostiene che l’unico fondamento dell’unione matrimoniale debba essere l’affinità sentimentale, un anziano signore dalle idee maschiliste e bigotte si dichiara sostenitore di tutt’altro partito.
A favore della tesi sostenuta dall’attempato mercante si schiera un passeggero di nome Pòzdnyshev che, qualche pagina più avanti, racconterà la propria storia ad un altro viaggiatore.

Pòzdnyshev è un uxoricida assolto dalla giuria, ritenuto non colpevole in quanto marito tradito che agì per difendere il proprio onore oltraggiato.
La sua storia ebbe inizio quando da giovane commise l’errore di sposare una ragazza solo per la sua avvenenza.
Ben presto il matrimonio si rivelò una schiavitù per entrambi e iniziarono i litigi che si ripeterono con sempre maggiore frequenza.
La nascita dei figli non fece che peggiorare il rapporto tra loro e le divergenze diventarono presto incolmabili.
Il marito provava una gelosia smisurata nei confronti della moglie, non tanto dettata dall’amore che ormai si era completamente dissolto, quanto piuttosto da un ossessivo desiderio di possesso. Lei, da parte sua, per lui provava solo fastidio e irritazione.
Il caso volle che Pòzdnyshev presentasse alla moglie un vecchio conoscente, un musicista.
Un giorno la donna e l’amico eseguirono, lei al piano e lui al violino, la sonata a Kreutzer di Beethoven, e dall’intesa che sbocciò tra loro, dall’espressione dei loro volti nacque in Pòzdnyshev il sospetto del tradimento della moglie, sospetto che lo porterà a compiere l’estremo gesto.

In “La Sonata a Kretuzer” Tolstoj descrive in modo preciso la rovina del rapporto amoroso: dalla passione iniziale, all’indifferenza, alla gelosia, all’odio sino al delitto.
La psicologia degli amanti è indagata minuziosamente, psicologia che l’autore aveva già analizzato nel suo celebre romanzo Anna Karenina, pubblicato nel 1877.

Il tema centrale del romanzo è la perdizione dell’uomo in balia dei suoi sensi.
Scritta dopo la cosiddetta “conversione ai Vangeli” di Tolstoj, l’opera, intrisa di religiosità, è un invito a liberarsi dei piaceri della carne che inducono l’uomo a comportarsi come le bestie allontanandolo dalla sua vera natura.

“La sonata a Kreutzer” è un romanzo autobiografico, Tolstoj si rifà alle proprie esperienze personali: il tradimento, le liti famigliari, lo schierarsi dei figli a favore di uno o dell’altro genitore nelle contese di tutti i giorni.
Tolstoj, nell’incipit di Anna Karenina, scriveva “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”; ora questo concetto sembra essere ormai superato, in queste pagine di denuncia e accusa Tolstoj afferma che la felicità famigliare non può esistere perché i rapporti sono inevitabilmente destinati ad un tragico degenerare.  

“La sonata a Kreutzer” contrariamente alle altre opere di Tolstoj è un romanzo breve e pertanto di più facile approccio per ogni tipo di lettore.

Il racconto è intenso e ricco di pathos; il lettore riesce a sentirsi così partecipe del tormento interiore del protagonista tanto da avere l’impressone, pagina dopo pagina, di viaggiare egli stesso su quel treno e ascoltare in prima persona il racconto di Pòzdnyshev.

Pòzdnyshev chiede perdono alla moglie sul letto di morte e chiede perdono al compagno di viaggio quando questi, arrivato a destinazione, si congeda da lui.
Nella sua pazzia riesce a comprendere davvero la gravità del crimine commesso solo alla vista del cadavere.

In un’epoca in cui un uomo era ritenuto innocente di un delitto d’onore anche solo per un sospetto di tradimento, al lettore resta il dubbio: la moglie aveva tradito davvero Pòzdnyshev?

È vero che lui sorprese la moglie a cena con il violinista, è vero che all’epoca non era decoroso per una signora ricevere un uomo da sola di sera nella propria casa, ma è pur vero che i figli dormivano nelle stanze accanto, che la servitù era in servizio. La moglie poteva davvero scegliere di consumare un tradimento in tale situazione?
Pòzdnyshev non colse mai in fragrante la moglie per cui sarebbe plausibile che tutto fosse stato generato esclusivamente dalle sue ossessioni.

Ai lettori l’ardua sentenza….






mercoledì 7 giugno 2017

“Lettera al padre” di Franz Kafka (1883 – 1924)

LETTERA AL PADRE
di Franz Kafka
SE Studio Editoriale
Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga in una famiglia ebraica di agiate condizioni.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Praga offriva un vivacissimo ambiente culturale ed artistico. Fu proprio questo ambiente praghese in cui si confrontavano tre culture diverse (quella ceca, quella tedesca e quella ebraica) ad influire sulla crescita e sull’evoluzione artistica e personale di Franz Kafka.
Terminati gli studi liceali, il giovane Kafka conseguì, come da imposizione paterna, la laurea in legge. Il suo primo impiego fu presso le assicurazioni Generali e successivamente presso l’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro.
Kafka non si rassegnò mai alla monotona e triste vita impiegatizia e continuò pertanto a coltivare la sua passione per la letteratura, passione che si era in lui manifestata sin dai primi anni di scuola.
Dal 1917 al 1924, anno della sua morte, lo scrittore, affetto da una violenta tubercolosi, abbandonò definitivamente il lavoro.
Tra le varie opere di Kafka il suo racconto più celebre è senza dubbio “La metamorfosi”, ovvero la storia di un uomo, tale Gregor Samsa, che una mattina si sveglia e realizza con orrore di essersi trasformato in uno scarafaggio. Un essere repellente e superfluo, qualcosa di ripugnante persino per i suoi stessi familiari che vedranno la sua morte come una liberazione.
Nel 1924 Kafka morì in sanatorio lasciando il compito all’amico Max Brod di distruggere tutta la una produzione. Questi contravvenne alle sue ultime volontà e al contrario curò un’edizione postuma di tutta la sua produzione che usci nel 1927.

“Lettera al padre” fu scritta nel 1919 ma non fu mai consegnata al suo destinatario. L’originale è battuto a macchina con correzioni a mano tranne le due ultime pagine che sono scritte interamente a mano.
“Lettera al padre” è un violento atto d’accusa in cui Kafka esprime il difficile e controverso rapporto con il genitore. A lui infatti attribuiva la colpa per essere stato condannato ad una vita fatta di isolamento e di contraddizioni.
Kafka disapprova il padre per la durezza dei modi, la poca sensibilità, l’irascibilità ma ne è allo stesso tempo affascinato.
Non può fare a meno di confrontare il proprio aspetto fisico ed il proprio carattere con quelli paterni, uscendone sempre purtroppo irrimediabilmente sconfitto.
Anche in età avanzata il fisico del genitore risulta agli occhi di Kafka ancora prestante, alto, imponente; il suo è invece un fisco malaticcio, debole, magro.
Il carattere del padre è tenace, combattivo, dotato di presenza di spirito, Franz invece percepisce se stesso come un essere ansioso, titubante, inquieto.
Kafka in cuor suo sa che, se anche il padre fosse stato meno dispotico, meno tirannico, forse il suo carattere non ne avrebbe beneficiato molto, ma l’accusa che rivolge al genitore è quella di non aver mai cercato di provare a comprenderlo, di non aver mai provato, almeno una volta, a capire le sue inclinazioni e le sue ragioni.

Franz Kafka visse tutta la sua esistenza come un escluso, combattuto tra il desiderio di voler partecipare alla vita attiva degli “adulti” ed allo stesso tempo senza volervi mai veramente prendere parte; desideroso in verità di restare ai margini di quella società industriale e commerciale che lo affascinava e al tempo stesso rifiutava sentendola completamente estranea alle sue più profonde inclinazioni.
Colpa e condanna governano le vicende umane, condizioni che divengono tema dominante nei suoi scritti.

L’uomo secondo Kafka è costretto ad un’esistenza sperduta e disperata e, nonostante provi a riscattarsi, i suoi tentativi sono destinati inevitabilmente al totale fallimento.
Kafka stesso si sente uno straniero, un emarginato condannato ad essere per sempre escluso da un’esistenza felice e libera.
Percepisce suo padre come l’uomo dell’autorità, un uomo sicuro di sé, un self made man. Suo padre rappresenta tutto ciò che lui non sarà mai in grado di essere. Ma lo scopo di vita del padre, quello a cui si attiene la maggior parte del mondo degli adulti, non è lo scopo che persegue Franz Kafka.
Kafka avrebbe voluto essere compreso dal padre ma non avrebbe mai voluto far veramente parte di quel suo mondo commerciale che egli sentiva completamente estraneo.
Il padre era un uomo solido, quadrato, intransigente e il giovane Kafka fu irrimediabilmente condannato alla fuga, all’amarezza, all’afflizione e alla lotta interiore, a quel “male di vivere” a cui sono condannati tutti i protagonisti kafkiani.

“Lettera al padre” è un’opera di appena una settantina di pagine che si leggono molto velocemente grazie ad una scrittura scorrevole e piacevole.
Il testo è un testo intimo nel quale Kafka raccontando se stesso al padre, si racconta in prima persona anche al lettore rivelando di possedere una personalità estremamente contemporanea.
In “Lettera al padre” Kafka esprime se stesso, il suo sentire, i suoi sentimenti, le sue angosce, il suo pensiero e tutto ciò rende la lettura di questo scritto una lettura indispensabile per meglio comprendere non solo l’autore Franz Kafka ma tutta la sua produzione letteraria.