giovedì 25 maggio 2017

“Sottovento e sopravvento” di Guido Mina di Sospiro

SOTTOVENTO E SOPRAVVENTO
di Guido Mina di Sospiro
PONTE ALLE GRAZIE
Nel mar dei Caraibi dovrebbero esserci due isolette gemelle, le Negrillos, dove i pirati hanno nascosto, centinai di anni fa, un immenso tesoro razziato a ben sedici galeoni spagnoli. Usiamo il condizionale perché in verità di queste due isolette, di questi due piccoli puntini di sabbia, nessuna carta fa più menzione dopo l’anno 1867.

Un narcotrafficante colombiano incarica Christopher e Marisol di ritrovare l’intero tesoro in modo da poter giustificare i suoi loschi introiti e sfuggire una volta per tutte alle indagini condotte su di lui dalle autorità statunitensi.

Christopher Foley è un cacciatore di tesori, un irlandese nato povero e gobbo; un uomo semplice, poco istruito, istintivo, che vive alla giornata.
Marisol, di origini cubane ma vive negli Stati Uniti, è invece una donna colta, molto intelligente, una filosofa. Una di quelle persone che, qualunque scopo si prefiggano nella vita, riescono a raggiungerlo con successo.
Due personalità all'apparenza molto diverse quelle di Marisol e Chris che però, nell'avvicendarsi del racconto, si riveleranno oltremodo ben assortite tanto da riuscire, ovviamente non senza sforzi da parte di entrambi, a trovare un giusto equilibrio che li aiuterà anche a comprendere meglio non solo loro stessi ma anche il senso della vita.

Il libro già dall’immagine della copertina, dove la forma del mare ci fa pensare ad una terra non sferica ma cubica, ci invita a pensare che il romanzo racchiuda in sé più di una semplice storia d’avventura intesa nel senso letterario della parola.
Il titolo poi “Sottovento e sopravvento” ci conferma quanto abbiamo magari solo per un momento ipotizzato. Infatti, come viene poi spiegato anche da una nota dell’autore, la doppia “v” in sopravvento presenta polisemia, ovvero diversi significati.

La ricerca intrapresa da Chris e Marisol li condurrà non solo al ritrovamento di un tesoro materiale ma anche di un “tesoro filosofico”.
Il vero tesoro infatti consisterà non nel ritrovamento del comune metallo prezioso ma piuttosto nel ritrovamento dell’oro dei filosofi.

“Sottovento e sopravvento” è un romanzo singolare, curioso e per certi versi inaspettato, una vera sorpresa a dirla tutta.

Proprio per questo sono particolarmente contenta di aver potuto rivolgere alcune domande direttamente all’autore Guido Mina di Sospiro che ringrazio per la disponibilità dimostratami e colgo l’occasione per ringraziare anche Matteo Columbo dell’ufficio stampa di Ponte alle Grazie per averlo reso possibile.

Consigliandovi la lettura del romanzo, quale miglior modo di stuzzicare la vostra curiosità se non con le parole dell’autore stesso?

Chris e Marisol hanno due personalità completamente differenti ma alla fine scoprono di essere molto più simili di quanto ci si aspetterebbe. Entrambi, a modo loro, son cercatori.
A chi si sente più vicino? Quanto è importante per lei la voglia di cercare, di indagare?

A chi mi sento più vicino…eh a tutti e due. Chris ha un approccio più istintivo, che io vorrei avere e che non ho. Però mi piace molto perché si arrangia, vive alla giornata, non ha bisogno di fare grandi piani, grandi programmi. Marisol ha un approccio cerebrale, algido, molto artificiale, arbitrario però anche molto intelligente, molto brillante che si va ad infrangere contro qualcosa di infrangibile cioè i paradossi.
I paradossi sono un problema dello scibile umano occidentale mentre sono la delizia dello Zen, delle storie Sufi e del Dao ecc.
Quindi mi sento vicino ad entrambi ma non sono proprio né uno né l’altro.

La voglia di cercare, di indagare è fondamentale. Credo che la curiosità sia un dono, io sono nato curioso.
Sono un lettore onnivoro, sto sveglio di notte a leggere Wikipedia, mentre da ragazzo quando non c’era Wikipedia leggevo l’enciclopedia britannica a caso, qualunque cosa mi interessava moltissimo. Tuttora sono molto, molto curioso.
La curiosità, poi, può trascendere nella voglia di cercare e nel lavorare finché si trovino delle risposte.

Marisol e Chris ad un certo punto si ritrovano a vivere nel “paradiso terrestre”. Cibo gratis, poche preoccupazioni ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare invece di essere felici la noia prende il sopravvento e tutto diviene un comatoso sopravvivere. La vita per avere un senso deve essere lotta, mischia oppure secondo lei si può realizzare sé stessi anche attraverso altre vie?

La vita così come concepita per noi esseri umani penso che sia una sfida. Penso che se non la si concepisce come sfida possa essere effettivamente uno stato comatoso come dice lei. Quindi secondo me, sì, ci si deve realizzare cercando di trascendere sé stessi ed arrivare più in là di quelli che si pensava fossero i nostri limiti.

Lei crede che sia il caso a regolare le nostre vite oppure siamo noi i soli artefici del nostro destino?

È una via di mezzo fra i due cioè non siamo né dei pupazzi in mano al caso né siamo del tutto artefici del nostro destino. Per esempio I Ching che è il libro delle combinazioni cinese di cinquemila anni fa, ci insegna proprio ad avere delle risposte da questo libro oracolare e poi a comportarci secondo quanto ci viene detto. Quindi non può succederci niente se non facciamo assolutamente niente ma, alle volte, nonostante i nostri sforzi non si arriva a nulla. È quindi una via di mezzo tra i due, bisogna saperla interpretare.

Quanto è importante secondo lei riuscire a mantenere viva la capacità di sognare?

È fondamentale perché una vita senza sogni è una vita tristissima, mentre una vita solo di sogni è una vita inutile, sprecata.


Guido Mina di Sospiro è cresciuto a Milano in una casa in cui si parlavano diverse lingue, ha studiato chitarra classica prima di lasciare l’Italia per la California dove ha frequentato la School of  Cinema Production of  Southern California; da allora risiede negli Stati Uniti. I suoi libri – scritti in inglese – sono stati tradotti in dodici lingue. Ricordiamo tra gli altri Il fiume, L’albero, La metafisica del ping-pong. Scrive inoltre per il blog Reality Sandwich e per il sito Disinformation, entrambi di New York City. Vive vicino a Washington DC con sua moglie.




sabato 13 maggio 2017

“Il vecchio barone inglese” di Clara Reeve (1729 – 1807)

IL VECCHIO BARONE INGLESE
di Clara Reeve
SuperBEAT
Ambientato nell’Inghilterra di Enrico VI (1421 – 1471), Il vecchio barone inglese (titolo originale dell’opera The champion of virtue, a gothic story, intitolato solo nella seconda versione The Old English Baron), è il libro più famoso di Clara Reeve.
Scritto nel 1777 è oggi considerato un classico della letteratura gotica.

Sir Philip Harclay, dopo una lunga assenza dall’Inghilterra, rientra in patria e al suo ritorno deve purtroppo fare i conti con diversi cambiamenti.
Decide di intraprendere un viaggio per scoprire cosa sia accaduto al suo vecchio amico Lord Lovel dal quale da anni non riceve più notizie.
Giunto al castello dei Lovel apprende la triste notizia che l’amico e la moglie, in attesa del loro primo figlio, sono deceduti anni prima.
Titolo e proprietà di Lord Lovel sono passati a un cugino che, dopo aver vissuto qualche tempo al castello, ha venduto la proprietà al cognato, il barone Fitz-Owen
Al castello il barone vive ora con i suoi tre figli e due suoi nipoti.
Sir Philip Harclay ricevuto con ogni rigurado dal barone Fitz-Owen, fa la conoscenza di un interessante giovane, Edmund Twyford, che questi ha preso a vivere stabilmente in casa.
Edmund, nonostante le sue umili origini, egli è infatti figlio di un contadino, si contraddistingue per la sua intelligenza oltre ad essere un ragazzo brillante e imbattibile nel tiro con l’arco.
All’inizio è ben voluto da tutti, ma con il passare degli anni Edmund cade in disgrazia a causa dell’invidia dei parenti del barone.
Il barone però quando si rende conto che l’astio nei confronti del ragazzo è totalmente ingiustificato, propone che Edmund trascorra tre notti in un’ala abbandonata del castello che si dice sia infestata dai fantasmi prima di lasciare la casa e cercare la sua fortuna altrove.
Proprio in queste stanze però Edmund apprenderà molte cose sul suo passato e sulle sue origini, riportando alla luce un segreto che è ormai tempo che venga svelato.

Vorrei spendere pochissime parole per inquadrare brevemente l’epoca in cui fu scritto il romanzo.
Nel 1765 fu pubblicato il libro che creò il genere gotico ovvero Il castello di Otranto (The castle of Otranto) di Horace Walpole (1717-1797).
Molti furono gli imitatori del genere e tra questi appunto ritroviamo la nostra Clara Reeve la quale, a differenza di Walpole, cercò nonostante l’elemento fantastico di rendere la storia più verosimile possibile e lo vediamo ad esempio nel tentativo di dare delle precise coordinate storiche alla vicenda.
Il vecchio barone inglese ebbe tra l’altro una notevole influenza anche sulla stesura di Frankenstein di Mary Shelley (1797 -  1851).
L’autrice di maggior successo nel genere gotico sarà poi Anne Radcliffle (1764-1823) di cui possiamo ricordare il libro di maggior successo I misteri di Udolpho (The mysteries of Udolpho).

Il personaggio di Edmund Twyford, l’eroe del romanzo, incarna tutti gli ideali della cavalleria cortese: egli possiede senso dell’onore, è un prode, un coraggioso; seguace dei dettami dell’amor cortese tratta con profondo rispetto e deferenza la donna da lui amata, Emma la figlia del barone Fitz-Owen.

La storia del romanzo risulta piuttosto elementare e scontata; i sentimentalismi sono spesso esagerati, il sentimento di pietas poi che caratterizza alcuni personaggi può risultare a volte esasperante agli occhi di un lettore moderno, così come il confidare ciecamente nella Provvidenza con la P maiuscola dei protagonisti può apparire troppo stucchevole.
La verità è che bisogna amare il genere e l’epoca in cui fu scritto il romanzo per apprezzarne davvero lo spirito.

Il libro, tra l’altro molto breve sono appena 150 pagine, racchiude in sé tutti gli elementi del romanzo gotico: un castello buio e spaventoso, atmosfera cupa, il malvagio usurpatore, il giovane eroe ignaro delle sue nobili origini, stanze infestate dai fantasmi.

Per gli appassionati del romanzo gotico è un classico da non perdere che spingerà inevitabilmente il lettore ad andare a scovare altri testi di autori dimenticati dell’epoca.




lunedì 1 maggio 2017

“L’amore prima di noi” di Paola Mastrocola

L’AMORE PRIMA DI NOI
di Paola Mastrocola
EINAUDI
Se ti seguissi, Orfeo, mi riporteresti alla solita vita, giornate che finiscono e ripartono, e alla fine ci lasciano invecchiati, di nuovo sull’orlo di lasciarci.
L’amore è lontananza, si nutre di distanze impercorribili. Non ho bisogno di vivere con te. In questo buio dove non ti vedo e non ti ho, è perfetto amarti. Fare a meno di te è l’amore.

Sono queste frasi tratte dal libro e riportate sulla quarta di copertina che mi hanno spinto a scegliere "L’amore prima di noi" tra le tante proposte in libreria.

Mi incuriosiva l’idea di poter leggere in chiave moderna la bellezza degli antichi miti.

Attraverso il mito gli uomini hanno tramandato la storia, hanno spiegato l’universo e hanno indagato l’animo umano, hanno cercato di dare una spiegazione a sentimenti come odio, passione, frustrazione, pietà, amore…

E’ proprio l’amore una delle principali tematiche toccate dalla mitologia. Tutti noi ricordiamo bene le favole di Orfeo ed Euridice, Amore e Psiche, Admeto e Alcesti, solo per citare alcuni tra i miti più conosciuti, ma potremmo andare avanti all’infinito.

Ognuna di queste storie si lega alle altre perché sono proprio i destini dei protagonisti a essere inevitabilmente congiunti gli uni agli altri per volere degli dei.

Quegli dei immortali e infiniti ai quali gli uomini hanno sempre guardato con ammirazione e desiderio, senza sapere che erano proprio quelle stesse divinità, bloccate nella noia dell’eternità, a invidiare ai comuni mortali la loro caducità e le loro fragilità.

Paola Mastrocola in “L’amore prima di noi” rilegge i miti facendoli divenire suoi, li filtra attraverso le esperienze, i ricordi e le letture fatte negli anni.
Innumerevoli sono infatti gli scrittori, filosofi e poeti che nel corso dei secoli hanno raccontato i miti aggiungendo o togliendo qualcosa oppure reinventandone alcune parti.
Il mito appartiene a tutti noi, appartiene all’umanità e non c’è un modo giusto o sbagliato di raccontarlo, almeno questo è ciò che sostiene l’autrice del libro.

“L’amore prima di noi” è un viaggio, un viaggio che racconta l’amore in tutte le sue forme; ogni sezione è dedicata a una specificità di questo sentimento o del suo manifestarsi.
L’amore è di volta in volta rapimento, ombra, fuga, sguardo, eccesso, divieto, viaggio, segreto, dono e infine è l’intero universo che ci circonda.
Ognuna di queste forme di amore è raccontata attraverso i miti, da quelli il cui ricordo è sempre rimasto con noi a quelli che invece nel corso degli anni ci sembrava di aver perduto, ma la cui reminiscenza riaffiora piacevolmente alla nostra mente grazie alle pagine di questo suggestivo libro.

Come la conchiglia che resiste all’impeto dell’onda sullo scoglio, e rimane abbarbicata. Come affondare le unghie nella roccia, e non importa il sangue. L’amore prende tante forme, anche quelle che non vorremmo.

L’amore è cambiamento, trasformazione ma anche silenzio e abbandono; è una luce potente che può squarciare il buio della notte, ma il prezzo da pagare è altissimo perchè distacco e assenza possono annientare l’essere umano.

L’amore è trovare il coraggio di opporsi al pensiero altrui, è trovare la forza di credere solamente alla verità dei propri sentimenti.

Con “L’amore prima di noi” Paola Mastrocola ci regala una diversa lettura delle grandi storie d’amore della mitologia e dei miti in generale; una nuova prospettiva interessante e verosimile in molti suoi aspetti.

E’ infatti ipotesi più che realistica pensare che Orfeo sia stato colto dai dubbi nel momento fatidico e abbia avuto paura di riprendere Euridice con sé, spaventato dall’idea di ricadere nella routine. 
E’ più che plausibile che la stessa Euridice, varcata ormai da giorni la soglia dell’al di là, sia stata colta dai dubbi, dalla paura di dover rivivere tutto dall’inizio: morte, separazione, senso di smarrimento.
Che dire poi di Teseo? Tutti conosciamo il mito e sappiamo che abbandonerà Arianna su un’isola. Ma se lui avesse previsto tutto fin dall’inizio? Se l’abbandono fosse stato premeditato, se lui non l’avesse mai amata e se ne fosse servito sin dal primo momento solo perché aveva bisogno del suo aiuto per uccidere il Minotauro?

“L’amore prima di noi” di Paola Mastrocola è un libro molto affascinante, ma un consiglio prima che decidiate se affrontare o meno la sua lettura.
Siete tra coloro che si sono sempre interrogati sul seguito del e vissero felici e contenti?
Se la risposta è affermativa allora questo è il vostro libro, in caso contrario…






giovedì 13 aprile 2017

“La vendicatrice” di Mark Dawson

LA VENDICATRICE
di Mark Dawson
LONGANESI
Beatrix Rose è una bella donna dai capelli biondi, alta e magra, ma la cosa che colpisce di più guardandola non è la sua bellezza ma piuttosto la sua espressione fredda e scaltra, quella nota di durezza nello sguardo che la caratterizza.

Non c’è pietà sul suo viso, nessuna empatia, nessuna comprensione.

E’ una donna cauta e la sua cautela è dovuta ad un passato dal quale non si potrà mai congedare.

Beatrix Rose è una madre premurosa, ma allo stesso tempo è anche una letale assassina.

Ex agente dei servizi segreti britannici, c’era stato un tempo in cui pensava di combattere dalla parte del bene, ma questo era stato prima che i suoi stessi compagni la tradissero, uccidessero suo marito e le rapissero la figlia Isabella di appena tre anni.

Oggi Beatrix Rose vive a Marrakech insieme alla figlia ormai tredicenne e, dopo otto lunghi anni di separazione, potrebbe finalmente lasciarsi tutto alle spalle cercando di recuperare il tempo perduto con Isabella e ricostruire il loro rapporto.

Il destino però le riserva una terribile sorpresa: il tumore che le è stato diagnosticato è ormai ad uno stadio troppo avanzato perché possa essere arrestato.

Nell’anno di vita che le resta Beatrix Rose ha un solo desiderio: “la vendetta”; farla pagare a tutti coloro che l’hanno tradita diventa la sua priorità.

“La vendicatrice” è il primo romanzo della serie dedicata a Beatrix Rose.
Proprio il personaggio di Beatrix Rose era già apparso nella serie precedentemente scritta dallo stesso autore e dedicato al personaggio di John Milton.

Mark Dawson è un vero fenomeno letterario, un autore molto prolifico, con 20 romanzi all’attivo in soli tre anni e un seguito di lettori molto nutrito.
Dalla serie di libri che vede Beatrix Rose come protagonista sarà presto tratta una serie televisiva.

Beatrix Rose è un personaggio vulcanico e inquietante. Un vero enigma per il lettore che trova piuttosto difficile riuscire a conciliare i due aspetti della sua personalità: quello di madre premurosa e quello di spietata assassina.

La scrittura di Mark Dawson è scorrevole, descrittiva e piacevole.
La lettura scivola veloce e ci si ritrova a leggere l’ultima pagina senza quasi rendersene conto.
La storia è adrenalina, convincente e purtroppo anche terribilmente attuale.

Dico purtroppo perché, nonostante davvero abbia apprezzato la trama veloce del romanzo e la scrittura fluida dell’autore grazie alle quali l’attenzione del lettore viene catturata fin dalla prima pagina, sono rimasta piuttosto sconcertata da come sentir parlare ogni giorno di attentati, campi profughi, estremisti sia diventato ormai talmente ordinario e consueto che, leggendo il libro di Dawson, tutto risulti così tristemente familiare e normale.

“La vendicatrice” è però oggettivamente un thriller appassionante e coinvolgente, carico di suspense e ben scritto e, se amate il genere, questo romanzo vi conquisterà così come resterete affascinati dalla sua coraggiosa ed audace protagonista.

La vendetta di Beatrix Rose è solo iniziata e molti interrogativi sono rimasti aperti...




domenica 2 aprile 2017

“Demelza” di Winston Graham

DEMELZA
di Winston Graham
SONZOGNO
“Demelza” è il secondo episodio della saga che, come già anticipatovi nel mio post dedicato al primo volume “Ross Poldark”, si sviluppa in un arco di tempo che va dal 1783 al 1820. Questa fortunata ed avvincente serie storica è composta da ben dodici romanzi.

Questo secondo episodio inizia con la nascita della bambina di Demelza e Ross, Julia Poldark.
Lo scandalo suscitato dalle nozze del gentiluomo con la bella e brillante figlia di un semplice minatore non si è ancora affievolito.
Demelza, nonostante faccia il possibile per assumere i modi eleganti del suo nuovo rango, fatica a conciliare le sue umili origini con i modi altezzosi della società a cui appartiene il marito.
Non è però nella natura di Demelza arrendersi; lei è una donna forte e,  grazie alla sua capacità di essere flessibile, riesce a trovare sempre la forza ed il coraggio di stare vicina al marito che si trova ora più che mai in difficoltà.
L’industria del rame è sull’orlo del collasso a causa di banchieri senza scrupoli come George Warleggan, i minatori sono ridotti alla fame e dalla Francia soffiano i venti della rivoluzione.
Ross Poldark si trova sull’orlo della bancarotta, ma nonostante il rischio di perdere tutto ciò che ha costruito, decide di sfidare i potenti nel tentativo di riportare giustizia e prosperità nella terra che ama con tutto se stesso.

Spesso accade che, dopo un primo episodio brillante, la storia perda intensità; non è questo il caso di “Demelza”. Il secondo libro della saga nata dalla penna di Winston Graham è perfettamente in linea con il primo volume: appassionante, avvincente e romantico.

Uno dei punti di forza del romanzo è la capacità dell’autore di ampliare il racconto con l’introduzione di nuovi personaggi che interagiscono con i protagonisti.
Queste figure, solo apparentemente secondarie, da un lato riescono a dare vivacità alla narrazione e dall’altro a regalare più ampio respiro alle figure principali.
La storia infatti, grazie a questi nuovi personaggi, non si ripiega mai su stessa, evitando così quello che spesso accade nelle saghe, ovvero un ripetersi monotono della narrazione che vede sempre i medesimi protagonisti al centro di vicende che tendono sempre a ripetersi uguali a se stesse.

La storia di Keren Smith e Mark Daniel, che occupa gran parte del secondo libro, è un chiaro esempio della maestria di Graham di ampliare gli orizzonti della sua storia.
Keren e Martin, pur essendo personaggi apparentemente secondari all’interno della saga dei Poldark, diventano coprotagonisti a tutti gli effetti di questo secondo volume.
Questa loro centralità è inoltre fondamentale per introdurre e delineare il carattere di un nuovo e attraente personaggio che entra a far parte della saga in questo episodio: il dottor Dwight Enys.

Nel secondo volume, grazie al provvidenziale intervento di Demelza, Verity, la cugina di Ross, riesce finalmente a coronare il suo sogno d’amore con il capitano Blamey.
Verity si conferma il personaggio austeniano della saga e forse per questo a me particolarmente caro.

A differenza degli episodi televisivi tratti dalla saga dei Poldark, il libro riesce ad entrare più in profondità nel modo di sentire dei personaggi e a scandagliare meglio il loro animo umano.

Nel libro, ad esempio, si avverte maggiormente l’intensità con cui Ross si sente eternamente diviso tra le due donne della sua vita.
Nonostante l’amore che l’uomo prova per la moglie, la vivace e volubile Demelza, sempre guidata in ogni sua azione dall’istinto, egli non è mai riuscito veramente a dimenticare del tutto il suo primo amore: la bella ed elegante Elizabeth, la donna raffinata, aristocratica, abituata alle comodità e così suscettibile alla fatica.
Ogni volta che le due entrano in contatto Ross non riesce a fare a meno di paragonarle tra loro:

Entrambe avevano qualcosa che all’altra mancava.

Le vicende narrate in “Demelza” si chiudono appena qualche fotogramma prima della conclusione dell’ultimo episodio della prima serie del period drama prodotto dalla BBC (2015).

Come per il primo volume, nonostante il finale rimanga aperto, il libro, al contrario della serie televisiva, non impone al lettore l’obbligo di proseguire la lettura dei volumi successivi.
Nonostante questo però il lettore resterà in trepidante attesa dell’uscita del successivo episodio; troppo difficile, infatti, riuscire a lasciar andare certi personaggi ai quali ci si è inevitabilmente così tanto affezionati.





giovedì 2 marzo 2017

"L’uroboro di corallo” di Rosalba Perrotta

L’UROBORO DI CORALLO
di Rosalba Perrotta
SALANI
Anastasia in settantuno anni di vita non ha mai fatto nulla di vietato e ora si sente ingannata da quella vita stessa.
Ha sempre fatto il suo dovere ma la ricompensa a cui aveva diritto non è mai arrivata.
Ha due figlie Nuvola e Doriana, un simpatico nipotino Antonio ed un ex marito con il quale si sente ancora sposata.
Suo marito, un famoso archeologo, l’ha lasciata per la sua giovane assistente e ad Anastasia non è rimasto null’altro che una grande casa vuota con quelle stanze chiuse nelle quali è troppo doloroso entrare, così piene di ricordi e di promesse non mantenute.

Ma può un’eredità cambiare completamente l’esistenza di una persona? Può una piccola spilla di corallo a forma di uroboro spingere una donna come Anastasia a trovare il coraggio di ribellarsi ai dettami di una vita? La risposta è sì perché è proprio quello che accade in questo bellissimo romanzo di Rosalba Perrotta.

Anastasia eredita dall’amante del nonno un palazzetto ai margini di un quartiere malfamato di Catania. L’eredità è destinata ad Anastasia ed alle sue tre cugine Myrna, Alida e Claretta.
Le tre sorelle sono praticamente delle estranee per Anastasia che le ha conosciute da bambina solo attraverso i severi commenti della sua integerrima e morigerata defunta madre.
Le tre sorelle erano figlie di una donna del nord soprannominata per i suoi natali L’aria del continente.
Il comportamento della zia acquisita di Anastasia era in aperto contrasto con quello  delle donne catanesi dell’epoca e per questo suo modo di approcciare la vita più libero ed aperto, veniva considerata una femmina leggera e senza religione.

L’incontro con le cugine è il primo atto di disobbedienza di Anastasia verso la sua vecchia vita.
Anastasia ha incontrato le cugine proibite e lo ha fatto in un quartiere malfamato di Catania, in tutta la sua vita non aveva mai fatto qualcosa di così vietato eppure il mondo non è crollato.

Anastasia realizza per la prima volta che vivere significa anche disobbedire, se necessario farlo, e sopratutto comprende che non è mai troppo tardi per imparare a vivere.
Quale migliore segno per suggellare il suo ritrovar se stessa se non proprio un uroboro simbolo di rinnovamento e rinascita?

Non voglio svelarvi molto altro della trama del libro perché il romanzo di Rosalba Perrotta è una piccola perla che merita di essere scoperta senza alcuna anticipazione.

“L’uroboro di corallo” affascina il lettore non solo per la sua trama ricca di colpi di scena ma anche per i suoi personaggi ognuno dei quali è un piccolo capolavoro.

Gli elementi di fondo sono tantissimi: esoterismo, archeologia, lettura dei tarocchi, antichità ed antiquariato, tombole parrocchiali, isole caraibiche...
Elementi all’apparenza diversissimi e contrastanti tra loro, ma che si intrecciano e si amalgamano alla perfezione riuscendo a dare vita ad una trama coerente, avvincente e convincente.
  
La protagonista indiscussa del romanzo è sì la figura di Anastasia, ma tutti gli altri personaggi che le ruotano attorno sono a modo loro dei protagonisti.

Non esistono personaggi minori ognuno di essi è descritto a tutto tondo ed ognuno di loro riesce a coinvolgere totalmente il lettore.
E’ quasi impossibile leggere le loro storie e non sentirsi partecipi delle loro vite, come se stessimo leggendo le vicende di un gruppo di nostri amici carissimi.

Ogni personaggio ha una personalità particolare, nessuno di loro è solo abbozzato, il lavoro dell’autrice su di essi è praticamente perfetto. Sono personaggi veri e reali, spesso divertenti ma senza mai cadere nella macchietta.

Nuvola con le sue insicurezze, alla ricerca di un equilibrio dopo l’abbandono del padre e la fine della sua storia proprio qualche giorno prima di convolare a nozze; Doriana, fredda e distante, la donna in carriera dal matrimonio in crisi; Rodolfo, il marito di Doriana schiacciato dalla scomoda figura della moglie ipercritica e aggressiva che tiene lontana per cercare di proteggersi, sono solo un esempio dei personaggi che incontrerete nelle pagine di “L’uroboro di corallo”.


La lettura scorre veloce anche grazie ad una scrittura asciutta e pulita interrotta piacevolmente ogni tanto da alcune divertenti parole in dialetto il cui significato viene svelato nelle ultime pagine del libro dove troviamo un simpatico ed utile dizionarietto siciliano - italiano.


“L’uroboro di corallo” è stata una scoperta inaspettata. Un romanzo frizzante, leggero e spensierato ma mai superficiale o banale.

Rosalba Perrotta è riuscita, attraverso una storia divertente e all’apparenza frivola, a porgere al lettore numerosi spunti di riflessione su svariati temi tra cui, solo per citarne alcuni: la solitudine, il timore di confrontarsi con chi è diverso da noi, le regole imposte da una società con la quale troppo spesso non ci identifichiamo, ma le cui regole accettiamo per paura di esserne tagliati fuori.

Anastasia è figlia di un’epoca in cui alle bambine si regalavano giocattoli che le preparavano per il loro ruolo futuro: telai, canovacci, cucine per le bambole, servizi di porcellana, ma oggi cosa è cambiato?

Si fa così anche adesso, regalando le Barbie dai più svariati guardaroba, le case di Barbie complete di piscina e le scatole per il trucco. Prima la vanità era peccato e bisognava essere brave donnine di casa, ora la vanità è un obbligo e bisogna essere belle, eleganti e ricche.

La società cambia pretendendo che siamo noi ad adeguarci alle sue convenzioni, all’immagine che vorrebbe imporci di volta in volta.
Quello che era considerato giusto e corretto sessant’anni fa ora è completamente ribaltato e allora perché costringere se stessi a seguire un percorso e delle regole che non sentiamo nostri?

“L’uroboro di corallo” insegna al lettore a credere nelle proprie capacità, a non lasciarsi andare, a non farsi sopraffare da quello che pensa la gente e a tirar dritto per la propria strada, a non farsi influenzare dall’età anagrafica perché anche questa è solo una convenzione sociale che cambia col tempo.

E’ giusto guardarsi dentro e scoprire chi siamo e cosa desideriamo veramente per noi stessi e non per compiacere il prossimo; troppo spesso, infatti, per non sentirci esclusi ed emarginati tendiamo ad assecondare il volere degli altri ma nessuno ci premierà per questo.

La vita è un viaggio che merita di essere vissuto appieno e per farlo ognuno di noi dovrebbe vivere secondo il proprio modo di sentire e non come gli altri vorrebbero farci credere sarebbe più corretto farlo.

La lettura de “L’uroboro di corallo” è diciamo un’iniezione di fiducia, la posa di un primo mattoncino che ci indica la via da percorrere per riappropriarci della nostra vita.







domenica 19 febbraio 2017

“Qualcosa” di Chiara Gamberale

QUALCOSA
di Chiara Gamberale
LONGANESI
È un giorno speciale al castello: i sovrani Qualcuno di Importante e Una di Noi festeggiano l’arrivo della loro primogenita.

La principessina sin dal primo vagito mostra il suo vero carattere; è evidente che ci sia qualcosa di difficile da spiegare e di pericoloso in quell’esserino che, con un solo acutissimo strillo, annuncia la sua venuta al mondo mandando in 1003 pezzi il lampadario di cristallo.

La neonata mangia troppo, strilla troppo, alterna periodi in cui dorme troppo a periodi in cui dorme troppo poco e, proprio per questo suo essere troppo di tutto, Qualcuno di Importante decide che il nome perfetto per la figlia non possa essere altro che Qualcosa di Troppo.

La principessina cresce rispettata da tutti in quanto figlia di due sovrani amatissimi, ma è una bambina sola e senza amici, i ragazzini Abbastanza infatti, nonostante gli avvertimenti e le richieste delle loro ansiose madri, la evitano.

Loro non sono mai né troppo tristi né troppo annoiati né troppo felici e non possono sopportare la vitalità della principessa sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuove avventure.

Quando Qualcosa di Troppo ha appena 13 anni subisce un grave lutto; la regina Uno di Noi muore dopo una lunga malattia.

La principessa ha per la prima volta a che fare con qualcosa di troppo grande e troppo triste per lei, qualcosa che le impedisce persino di piangere.
Per la prima volta avverte un buco nel cuore, lei abituata al troppo pieno avverte il vuoto ed è totalmente incapace ed impreparata a gestire questa nuova sensazione.

Terribilmente spaventata fugge dal castello e, giunta su una collina, incontra il Cavalier Niente, un tipo molto strano che trascorre le sue giornate a non-fare in compagnia di Madama Noia.
Grazie al Cavalier Niente la principessina scopre il valore della meditazione, della noia e del dolce far niente.

Tornata al castello però Qualcosa di Troppo dimentica tutti gli insegnamenti del Cavalier Niente, si getta nuovamente a capofitto in una marea di attività fino a quando anche lei si lascia catturare dalla moda del momento e si chiude in casa assorbita dallo Smorfialibro. 
Il nuovo gioco ha catturato l’interesse di tutti i sudditi del regno ma soprattutto ha catturato quello dei ragazzini Abbastanza con i quali finalmente Qualcosa di Troppo ha qualcosa da condividere.

Preoccupato per la figlia sempre più magra e pallida, Qualcosa di Importante decide che è giunto il momento per Qualcosa di Troppo di sposarsi.
Inizia così la giostra dei pretendenti: la principessa si innamora a turno di Qualcosa di Buffo, Qualcosa di Blu, Qualcosa di Giusto, Qualcosa di Speciale; ogni storia è però destinata al fallimento ed ogni volta che la storia finisce Qualcosa di Troppo avverte la mancanza del Cavalier Niente.

Come andrà a finire ovviamente lo lascio scoprire a voi lettori.

“Qualcosa” di Chiara Gamberale è un volume di appena 180 pagine corredato da bellissime e buffe illustrazioni opera di Tuono Pettinato, pseudonimo del fumettista Andrea Paggiaro.

Il romanzo è una favola moderna che unisce la leggerezza del genere fantastico allo spessore del romanzo classico.
La storia, di per sé bizzarra e divertente, si lascia leggere tutta d’un fiato, ma le impressioni, le idee ed i suggerimenti che trasmette restano dentro di noi a lungo per venire elaborati poi con il tempo. Diciamo che è un libro i cui “effetti” non finiscono con la lettura dell’ultima pagina.

Se dovessi trovare nell’immediato un esempio di opera dello stesso genere credo che penserei a “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Euxupéry, non tanto per il tipo di prosa, ovviamente quella della Gamberale, è senza dubbio più moderna, impudente ed ironica, ma per la capacità e la grande abilità di entrambi gli autori di riuscire a far passare concetti importanti e profondi con estrema leggerezza e grazia.
Il Piccolo Principe era una favola per bambini che si poteva rivolgere anche ad un pubblico adulto, quella della Gamberale invece si rivolge ad adolescenti ed adulti.

Il romanzo di Chiara Gamberale parla a tutti noi e ci racconta la nostra complessità di persone oltre a denunciare alcuni limiti della società moderna. È impossibile infatti non riconoscere, un esempio su tutti, un chiaro riferimento a Facebook quando ci racconta dello Smorfialibro e di come un uso senza controllo dei social ci impedisca un rapporto diretto con il prossimo allontanandoci dagli altri anziché avvicinarci.

L’autrice attraverso il romanzo ci costringe a pensare ai nostri limiti, ai nostri errori, alle nostre paure.
Ci obbliga a guardarci dentro, a confrontarci con la nostra ossessione di voler riempire continuamente le giornate per non dover affrontare l’ansia del vuoto.

Ci parla dell’amore e di cosa dovrebbe essere davvero per noi cioè libertà e di quello che invece non dovrebbe mai essere ovvero qualcosa che serva per risolvere i nostri guai.

L’amore, se pro­prio dobbiamo usare questa parolona, non è qualcosa che deve risolvere i nostri guai. Anzi, di solito, per quello che non-so, è qualcosa che i guai li aumenta.
«Allora perché tutti lo cercano?»
Tutti gli esserucci umani lo cercano, è vero, ma quasi sempre per il motivo sbagliato. Cercano l’amore per non rimanere soli. Per farsi riempire lo spazio vuoto. E soprattutto perché non ac­cettano che è il puro fatto di stare al mondo la vera avventura.

È difficile leggere questo libro senza filtrarlo attraverso le proprie esperienze personali e non facendo collegamenti con la propria vita di tutti i giorni.

“Qualcosa” è un romanzo che, per essere pienamente apprezzato, chiede al lettore di trovare il coraggio di leggerlo guardandosi dentro, permettendo alla favola di operare la sua magia per far sì che ognuno di noi possa ritrovare la parte più vera di sé stesso e fare pace con il suo essere più profondo.

Non dimenticate mai che “il bisogno è solo un sogno: prima o poi finisce o comunque sfinisce”.

Buona lettura!



domenica 12 febbraio 2017

“Gli occhi della Gioconda” di Alberto Angela

GLI OCCHI DELLA GIOCONDA
di Alberto Angela
RIZZOLI
La Gioconda è il dipinto più famoso al mondo e si stima che venga ammirato al Louvre da circa sei milioni di persone ogni anno.

Su quest’opera d’arte sono stati scritti tantissimi libri e quindi perché scegliere il libro di Alberto Angela in mezzo ad una così sterminata bibliografia?

“Gli occhi della Gioconda” è un libro unico nel suo genere, come ogni libro di questo autore.
Alberto Angela infatti grazie alla sua grande capacità di sintesi riesce ancora una volta a regalarci una storia estremamente coinvolgente ed appassionante, ovvero riesce attraverso un raffinato linguaggio giornalistico dal taglio televisivo, a porgerci un ritratto completo di Monna Lisa non solo in quanto opera d’arte, ma anche come prezioso oggetto inquadrato all’interno di un determinato periodo storico, scientifico e culturale.

Il grande interrogativo del libro è: chi era Monna Lisa nella realtà?

Tutti noi siamo soliti identificarla con Lisa Gherardini, figlia di Antonmaria Gherardini, di famiglia nobile decaduta.
Il nome di Gioconda gli deriverebbe dall’aver sposato, appena quindicenne, un mercante fiorentino, Francesco del Giocondo, rimasto vedovo per la seconda volta.
Proprio lui avrebbe commissionato il ritratto della moglie a Leonardo Da Vinci.

Alberto Angela risponde alla domanda conducendoci alla scoperta di una verità alternativa. Lo fa con il suo infondibile stile, prendendoci per mano con l’intento di farci scoprire nuovi possibili scenari attraverso dettagli e indizi degni di una indagine da spy story.

Angela sostiene che non si possano apprezzare interamente i capolavori dell’arte se non si entra nei dettagli della vita e nei particolari delle esperienze personali che hanno formato l’artista che li ha ideati; allo stesso modo ritiene che non si possono apprezzare le opere d’arte se non si conosce l’epoca in cui l’autore di queste ha vissuto e gli ha dato vita.

Egli lascia quindi che sia proprio la Gioconda stessa ad accompagnarci a Firenze, Milano, Roma, Amboise e in tutti quei luoghi dove Leonardo operò e presentarci così l’artista attraverso la storia del suo dipinto più famoso, parlandoci al tempo stesso delle tecniche pittoriche, degli studi della prospettiva, dei cartoni e dei disegni preparatori opera del grande maestro.

Attraverso Monna Lisa ci avviciniamo al genio del più grande artista del Rinascimento.
Impariamo a conoscere un Da Vinci che dipingeva molto lentamente, che aveva continui ripensamenti ed era talmente perfezionista da intervenire più e più volte sui suoi dipinti anche nel corso degli anni.

Il libro di Alberto Angela non si limita a parlarci solo dell’artista e dell’inventore Leonardo ma anche dell’uomo.
Un uomo descritto dai contemporanei come una persona pacifica, sensibile, gentile eppure capace di progettare terribili macchine da guerra.

Come gli altri volumi di Alberto Angela, il libro è suddiviso in capitoli ognuno dei quali corredato di bellissime immagini che si integrano perfettamente al testo.

La lettura è piacevole, scorrevole e non si può che rimanere affascinati dal racconto e dalle inaspettate curiosità, alcune tanto singolari da riportarci alla mente argomenti molto diversi e lontani da quello trattato.

Mi riferisco in particolare ad un brano tratto da il “Libro del Cortegiano” (1528) di Baldassarre Castiglione che Alberto Angela cita a sostegno di una delle tesi per l’identificazione di Monna Lisa; ebbene questo passo che vi riporto di seguito mi ha richiamato alla mente un passo di “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen ed inevitabilmente mi sono ritrovata a chiedermi se la Austen avesse preso spunto proprio da qui per il suo dialogo tra Darcy, Caroline Bingley ed Elizabeth Bennet:

E per rispondere in breve a quello che si è detto finora, voglio che questa donna conosca la letteratura, la musica, la pittura e sappia, danzare e fare festa. Alla modestia e alla capacità di crearsi una buona fama deve unire le stesse doti che sono state consigliate per il buon cortigiano. E così avrà sempre grazia nel conversare, nel ridere, nel giocare, nel chiacchierare; e si saprà intrattenere in modo adeguato e piacevole con ogni persona che incontrerà.

Ma ora basta divagare e torniamo a “Gli occhi della Gioconda”.
Che dire ancora? un altro successo del bravo Albero Angela, un’analisi condotta in modo accurato e dettagliato, che indaga sull’identità della donna la cui figura alla fine dell’Ottocento divenne emblema e simbolo della donna fatale per eccellenza.

Ed è proprio questo, alla fine, il segreto del fascino della Gioconda: che ogni epoca, ogni cultura, ogni singola persona, vede in quel famoso sorriso ciò che corrisponde ai suoi sogni, ai suoi desideri, alle sue fantasie.




domenica 5 febbraio 2017

"La marchesa von O. – Il trovatello” di Heinrich von Kleist

LA MARCHESA VON O.
IL TROVATELLO
di Heinrich von Kleist
IL SOLE 24 ORE
Heinrich von Kleist (Francoforte 1777 – Berlino 1811) è considerato uno dei massimi drammaturghi e scrittori vicini al movimento romantico tedesco. Il suo capolavoro più conosciuto è forse il dramma “Il principe di Homburg”. Tra i suoi più celebri racconti invece possiamo ricordare uno tra i tanti  “La marchesa von O.”  di cui parleremo proprio in questo post.
Heinrich von Kleist visse una vita piuttosto travagliata, segnata da una persistente angoscia esistenziale, sempre alla costante ricerca di una illusoria felicità ideale impossibile da raggiungere.
La sua instabilità psichica lo portò a togliersi la vita insieme alla sua amica Henriette Vogel, malata terminale. La uccise infatti con un colpo di pistola, lei consenziente, per poi spararsi egli stesso un colpo alla testa.

L’edizione da me scelta è un volume della collana “I classici della domenica” in uscita con Il Sole 24 ORE.
In realtà il titolo fa riferimento al solo racconto “La marchesa von O.” ma, a sorpresa, terminata la lettura ci si imbatte inaspettatamente in un altro più breve racconto intitolato “Il trovatello”.

“La marchesa von O.” è ambientato in una città del nord Italia di cui l’autore volutamente non riporta il nome, ma ne indica solo la lettera iniziale “M”.
Gli stessi personaggi sono individuati solo attraverso una lettera puntata: il conte F., il signor G., il generale K. e via di seguito. Quasi che la vicenda narrata sia un fatto realmente accaduto e che l’autore voglia salvaguardare la privacy dei protagonisti della storia.
La marchesa, giovane vedova e madre di due bimbi piccoli, ha appena messo un annuncio sul giornale nel quale chiede al padre del bambino che sta aspettando di presentarsi poiché intenzionata a sposarlo.
Un annuncio quanto mai singolare che, oltre a stupire l’opinione pubblica, sfida ogni decoro e regola imposti dalla buona società.
Attraverso la tecnica del flashback l’autore inizia il racconto dell’antefatto che ha portato la marchesa a compiere questo gesto quanto mai singolare.
Qualche mese prima, mentre dimorava presso la fortezza del colonnello, suo padre, scoppiò improvvisamente una guerra ed il bastione venne conquistato dai soldati russi.
Durante l’assalto la marchesa era stata accerchiata da un manipolo di soldati pronti ad usarle violenza, ma questi furono messi in fuga da un ufficiale in comando dei russi, il conte F., che dopo averla condotta in salvo nell’ala destra del palazzo, la lasciò lì svenuta dove venne raggiunta in seguito dalla sue cameriere.
Alla marchesa ed ai suoi familiari venne permesso, come consuetudine in questi casi, di lasciare la fortezza incolume.
Dopo qualche tempo a Giulietta (questo il nome di battesimo della marchesa) ed alla sua famiglia giunse voce che il conte F. era purtroppo morto in battaglia.
Un giorno però egli si ripresentò, nello stupore generale, a casa della marchesa per chiedere la sua mano, impaziente di ottenere risposta positiva e disposto pure a rischiare la corte marziale, disobbedendo agli ordini, pur di non lasciare la casa finché non avesse raggiunto il suo scopo.
Rassicurato sul fatto che nessun altro pretendente sarebbe stato preso in considerazione fino al suo ritorno, si lasciò convincere a partire alla volta di Napoli.
Al rientro però trovò una situazione completamente mutata: la marchesa era stata cacciata di casa, ripudiata dal padre perché in attesa di un figlio illegittimo.
La marchesa, sconvolta dal suo stato, non ricordava assolutamente nulla; da qui il suo sconsiderato gesto di rendere pubblica la sua situazione purché venisse riconosciuta la sua innocenza.
Stranamente proprio il conte F. sembra non far caso a quanto accaduto e a credere all’innocenza della marchesa. E’ infatti lui il padre del bambino e, nonostante la marchesa acconsenta al matrimonio, dovrà passare un anno prima che Giulietta accetti la validità della loro unione.

“Il trovatello” è il secondo racconto del libro. Antonio Piachi, agiato mercante di Roma, parte alla volta di Ragusa, portando con sé il figlio Paolo, avuto dalla prima moglie. Lascia a casa ad attenderlo Elvira, la sua giovane seconda sposa.
Poco prima di arrivare a Ragusa, giunge la voce che la città sta per essere messa in quarantena a causa di un’epidemia.
La paura per l’incolumità del figlio vince su ogni interesse commerciale e Piachi decide quindi di tornare indietro.
Durante il viaggio di ritorno però un ragazzino malato, Nicolò, colpito dalla malattia gli chiede aiuto e quando sviene davanti a lui, Antonio non se la sente di abbandonarlo a se stesso.
Le guardie però li scoprono nell’albergo dove alloggiano e li scortano fino al lazzaretto a Ragusa. Qui si ammalano di peste sia il Piachi che il figlio Paolo, il primo riuscirà a guarire ma il bambino purtroppo non sopravvivrà.
Antonio Piachi torna quindi a casa portando con sé il giovane Nicolò, anch’egli guarito, che viene accolto come un figlio anche dalla sua giovane moglie.
Antonio ed Elvira riversano su di lui l’amore e le speranze che avevano un tempo riposto in Paolo, e sono molto orgogliosi del loro figliolo non fosse per la sua eccessiva passione per le donne e per la sua bigotteria che lo porta sempre più spesso ad intrattenere strette relazioni con il vicino convento dei monaci carmelitani.
Elvira custodisce però un segreto. La donna aveva perso l’amore della sua vita in giovanissima età, era infatti molto legata ad un giovane genovese che, quando lei era appena tredicenne, era rimasto gravemente ferito nell’impresa eroica di salvarla dalle fiamme. Per tre anni Elvira aveva assistito il giovane, dal nome Colino, presso la casa del marchese suo padre, ma nonostante le sue amorevoli cure il giovane morì. Proprio nella casa del marchese, Antonio conobbe Elvira e dopo la morte di Colino decise di portarla via con sé e sposarla.
Elvira non dimenticherà mai Colino tanto da tenerne un’immagine a grandezza naturale nella sua stanza.
Un giorno, al ritorno da una delle sue fughe notturne, Nicolò rientra abbigliato da antico patrizio genovese e la sua somiglianza con Colino è talmente forte che la povera Elvira crede che questi sia  tornato dal regno dei morti.
Nicolò scopre così il segreto della donna e, desideroso di vendicarsi perché crede che questa voglia allontanarlo dalle grazie di Antonio, decide di giocarle un brutto tiro.
In realtà il padre adottivo che a lui aveva intestato ormai tutto, cerca il modo di tornare sui suoi passi, non perché sobillato da Elivia, ma semplicemente perché irritato dalla condotta immorale del figlio.
Nicolò una sera cerca di approfittare della madre adottiva, ma viene colto sul fatto dal padre.
I genitori vorrebbero cacciarlo da casa, ma lui andandosene gli ricorda che in realtà ormai è lui il solo proprietario di tutti i loro beni.
Elvira muore a seguito della disperazione provata quella notte e Piachi, sconvolto dagli avvenimenti e dal fatto che lo stesso magistrato abbia dato ragione a Nicolò riguardo alle proprietà, affronta il figlio e lo uccide.
Condannato a morte, Antonio Piachi, arriverà addirittura a rinunciare per tre giorni all’assoluzione pur di essere sicuro di poter incontrare nuovamente il figlio adottivo all’inferno dove è sicuro che questi sia andato.

I racconti sono caratterizzati da una prosa scorrevole, frasi brevi e abbondanza di dialoghi. In entrambi Von Kleist usa sapientemente la tecnica del flashback: nel primo per narrare l’antefatto che ha portato la protagonista a mettere l’annuncio sul giornale e nel secondo per ricordare la vicenda di Elvira tredicenne.

“La marchesa von O.” affronta un argomento gradito all’autore ovvero il conflitto tra la rigida morale borghese ed il mondo delle passioni umane. La marchesa rimuove ciò che le è accaduto perché essa stessa vittima delle convezioni sociali, la colpa commessa è talmente grave da non poterne sopportare il peso.
Pur di riuscire a riabilitare se stessa però trova il coraggio di compiere un gesto estremo, scegliendo il rischio di compromettere irrimediabilmente la sua reputazione.
Lo stesso conte F., vittima di quelle stesse ipocrite convenzioni, ha un solo pensiero ovvero quello di sanare l’errore commesso attraverso un matrimonio riparatore.
Il tema affrontato fa von Kleist è il tema del contrasto tra le passioni forti e la razionalità; non c’è posto per il sentimento, perché in un mondo dove regna sovrana la rigida e bigotta morale borghese, dove l’ipocrisia fa da padrona, tutto deve esser ridotto al raziocinio ed alla forma.
Il racconto ha però uno sviluppo divertente e leggero e, nonostante la tematica, il risultato è una piacevole avventura al limite del credibile e dal finale piuttosto prevedibile.

“Il trovatello” invece ricorda molto le novelle boccaccesche, vuoi per la presenza della peste, vuoi per la stessa storia dell’amato morto la cui immagine Elvira tiene nella sua camera, quasi una novella Lisabetta da Messina che sospira sul vaso di basilico dove è sepolta la testa del suo Lorenzo.
Ma questa novella rivela molto di più del suo autore: per esempio ci fa capire  quanto la cultura classica abbia influenzato von Kleist.
Come non ricordare ad esempio il mito greco di Pigmalione? Egli scolpì la statua di Galatea innamorandosene perdutamente e, solo grazie all’intervento divino di Afrodite che le fece prendere vita, Pigmalione riuscì a coronare il suo sogno d’amore e sposare la sua fanciulla.
Nonostante la brevità della novella lo studio psicologico dei protagonisti è davvero moto accurato, vedi ad esempio le reazioni nervose che bloccano Elvira, il modo di elaborare il lutto per la perdita del figlio Paolo trasponendo l’amore per questi sul trovatello Nicolò, il rapporto di amore-odio che Nicolò prova nei confronti della madre adottiva.

L’indagine psicologica dei personaggi è il punto di forza delle opere di von Kleist. In entrambi i racconti i sentimenti ed i comportamenti dei protagonisti vengono studiati ed analizzati fin nei minimi particolari. Egli è ossessionato dalla mente umana e dalla sua follia, così come dai contrasti e dall’illusorietà della vita.
Ossessione che, non dimentichiamo, lo porterà a compiere un gesto estremo quale il suicidio.

“La marchesa von O.” al contrario de “Il trovatello” ha un esito positivo. Ai personaggi del primo racconto è concesso infatti il lieto fine: Giulietta è una donna forte che riesce a ribaltare la situazione a suo favore e ad uscirne vincitrice.
Nel secondo racconto non c’è invece salvezza per nessuno, né in questo mondo né nel al di là; addirittura Piachi vuole seguire Nicolò all’inferno.

Nonostante “La marchesa von O.” sia uno dei racconti più famosi di von Kleist “Il trovatello” è secondo me un racconto più riuscito rispetto al primo.
L’esito positivo della prima vicenda, il voler far credere al lettore che esista sempre una via d’uscita nella vita, sembra quasi una forzatura da parte dell’autore che ho avvertito più vero nel finale senza speranza e cupo del secondo racconto, un finale che sembra decisamente più vicino alle sue corde.

Heinrich von Kleist è un genio tormentato il cui modo di sentire e la sua familiarità con quel male di vivere così contemporaneo, lo fa risultare un autore moderno nonostante la sua data di nascita risalga a più di due secoli fa.





sabato 14 gennaio 2017

“La lingua geniale” Andrea Marcolongo

LA LINGUA GENIALE
9 ragioni per amare il greco
di Andrea Marcolongo
EDITORI LATERZA
Nove ragioni per amare il greco, così Andrea Marcolongo racconta la sua più grande passione ovvero il suo amore per il greco antico.

L’autrice affronta l’argomento in modo insolito, informale, ma proprio per questo in maniera più immediata e coinvolgente.
Ritiene infatti che il modo migliore per avvicinarsi a questa lingua sia quello di entrare nella mentalità nel popolo che la parlava, sforzandosi di pensare come un greco nell’antichità.

Per chi, dopo il liceo, prosegue gli studi classici tutto diventa più comprensibile, semplice e chiaro.
Quando però uno studente adolescente si trova davanti ad un testo in greco antico, ignorando la storia, l’arte, la vita del popolo che quella lingua la parlava, è normale che quel testo diventi per lui qualcosa di totalmente incomprensibile e che lo lasci paralizzato dal terrore.

L’intento di Andrea Marcolongo è proprio quello di far capire e conoscere quel mondo ormai dimenticato, un mondo che agli studenti, costretti a studiare sequele infinite di paradigmi apparentemente senza alcun senso, appare completamente distaccato dalla sua lingua.

“La lingua geniale” ci parla di un universo la cui esistenza, quando si sgobba sui libri, non sfiora neppure la nostra mente, un mondo per il quale non è importante il concetto del “quando” sia accaduta una cosa, concetto estremamente moderno, ma piuttosto del “come” questa cosa sia accaduta.
Proprio per questo motivo a noi moderni risulta così ostico tradurre un aoristo piuttosto che un ottativo e ci risulta inconcepibile pensare ad una lingua dove non esista il tema del futuro.

Sono le sfumature che fanno la differenza laddove esiste persino un terzo numero delle parole, oltre ai nostri singolare e plurale, in greco esiste “il duale”: un numero straordinario, espressione di accordo e di intesa.

E poi ci sono gli accenti, gli spiriti, l’alfabeto, le particelle, la metrica, i casi… e per finire a noi resta l’immancabile quesito: ma quindi, come si traduce?

Sono rimasta piuttosto spiazzata dalla lettura delle prime pagine, ammetto che non riuscivo a comprendere dove l’autrice volesse andare a parare, quale fosse in realtà il senso dell’opera.
Proseguendo con la lettura, però, mi riaffioravano alla mente i ricordi di scuola, come il quadernetto giallo sul quale scrivevo i famigerati paradigmi utilizzando l’alfabeto latino in modo che quella santa donna di mia nonna potesse farmi ripetere la lezione! L’alfabeto greco era a lei ovviamente sconosciuto. 
Per non parlare degli incubi che mi facevano compagnia, come ad ogni studente, la notte prima dei compiti in classe. Come dimenticare quella notte in cui sognai che l’insegnante aveva consegnato le versioni scritte su delle candele che col passare del tempo si consumavano cancellando il testo da tradurre?

Il greco per noi che abbiamo fatto il classico è stato un incubo è vero ma, ammettiamolo, è stato anche motivo di orgoglio. In fin dei conti era la materia che ci distingueva da tutti gli altri studenti, era quella la materia che faceva la differenza.
Avete presente la canzone di Fedez, 21 grammi? Fedez canta “noi che non abbiamo dato il massimo, noi che non abbiamo fatto il classico”.
Non me ne vogliano gli altri studenti, ma il senso di appartenenza di noi allievi del classico è davvero duro a morire…

“La lingua geniale” secondo la sua autrice è un libro per tutti, non necessariamente per gli studenti o ex studenti del classico, ma è un saggio pensato per chiunque voglia avvicinarsi a questa lingua.
Affermazione che non mi trova pienamente d’accordo, con le dovute eccezioni del caso ovviamente, credo che leggere questo libro senza aver nessuna idea del greco antico equivarrebbe ad un atto puramente masochistico. Seppur scritto in modo divertente e coinvolgente, infatti, “La lingua geniale” resta pur sempre un testo molto legato alla grammatica ed alla conoscenza della lingua greca.

Concordo invece pienamente con l’autrice sul fatto che lo studio del greco antico apra la mente, cosa però di cui ci si rende conto molto più avanti negli anni, da studenti, ahimè, si è troppo concentrati a cercare di portare a casa il risultato, passatemi il modo di dire.
E’ un po’ come quando l’insegnante continuava a martellarci con il consiglio di leggere la versione per intero prima di affrontare la traduzione. Credo che un numero veramente esiguo di studenti abbia seguito questo suggerimento nonostante fosse un ottima indicazione, ma anch’io, come la maggior parte degli allievi, sono tra coloro che l’hanno ignorato ritenendolo assurdo ed inutile.

Mi ha fatto sorridere leggere (ma quanto è vero!) che chi ha studiato il greco antico si è portato dietro oltre alla ricchezza di vocabolario anche quell’assurda propensione all’ipotassi: noi non siamo proprio in grado di rinunciare ad esprimerci attraverso discorsi complicati e lunghe frasi!

Andrea Marcolongo ha perfettamente ragione questa lingua resta dentro di noi e riaffiora senza che noi ce ne accorgiamo in situazioni e modi davvero inaspettati.

Personalmente non credo di aver mai avuto dubbi sul perché io abbia scelto di studiare il greco antico e non me ne sono mai pentita, neppure nei momenti più difficili.
Leggere la “La lingua geniale” me ne ha dato ulteriore conferma, nel caso ce ne fosse stato mai bisogno, e per rispondere alle motivazioni che hanno spinto Andrea Marcolongo a scrivere questo libro, mi sento in grado di poter affermare che l’autrice è riuscita a centrare il suo obiettivo ovvero coinvolgere il lettore e rispondere a buona parte di quelle domande rimaste senza risposta.

Credo che il pensiero dell’autrice sull’importanza dello studio della lingua greca possa essere riassunto con queste sue stesse parole:
  
Sono invece certa che lo studio del greco contribuisca a sviluppare il talento di vivere, di amare e di faticare, di scegliere e di assumersi la responsabilità di successi e fallimenti. E contribuisca a saper godere delle cose anche se non tutto è perfetto.

A chi consigliare questo libro? Ovviamente a chi ha frequentato o sta frequentando il liceo classico ma anche a tutti coloro che sono innamorati dell’antica Grecia e della sua cultura.